Descrizione
L’Ordine aveva dunque il suo principale convento a Trento. E a Cles nel 1631 i frati cominciarono a risiedere nel luogo che era stato scelto, nella frazione di Spinazeda. Sopravvenuta la peste del 1630 gli abitanti di Cles fecero voto – se fossero stati risparmiati dal flagello – di erigere ai figli di S. Francesco un convento. E così avvenne, perché la borgata rimase immune dal contagio. Nel giugno di quell’anno i sindaci generali delle valli del Noce sottoscrissero il documento che prevedeva le dotazioni della casa. Il 24 agosto 1631 fu posta la prima pietra e venne benedetta la Croce: la cerimonia fu officiata dal vescovo di Trento Carlo Emanuele Madruzzo, il quale era momentaneamente residente a Nanno. Il lascito del conte Arbogasto Thun (3000 ragnesi), e le donazioni del terreno (circa 20 particelle a vite e prato) da parte di privati permisero la fondazione del convento a Spinazeda. Altri acquisti di terreni fecero in modo che la fondazione avesse anche orto e campagna. Nel 1635 i frati cominciarono a risiedere comunitariamente nel nuovo edificio: erano in tutto 9 persone. Nel 1639 la famiglia francescana ebbe il suo primo guardiano, fra Francesco Turcato, cittadino di Trento. Due anni dopo la chiesa dei frati, che si stava costruendo, fu voltata con centine di vimini e nel 1642 fu fatto il tabernacolo. La prima Messa fu celebrata il 18 ottobre 1643, mentre nel 1647 fu stabilita la clausura. Il 22 agosto 1649, con grande solennità, fu consacrata dal vescovo suffraganeo di Bressanone, Iesse Perchoffer, la nuova chiesa dedicata a S. Antonio di Padova. Nel triennio successivo venne edificato il campanile.
Nel frattempo il convento si era arricchito di opere d’arte, che per la loro bellezza ancor oggi attirano l’ammirazione dei visitatori. Nel 1653 fu dipinta dal Ricchi la pala di S. Antonio e nel 1694 il pittore Giuseppe Alberti di Fiemme preparò l’Ultima Cena nel refettorio. Durante quegli anni il convento incrementò le sue attività pastorali (missioni al popolo, predicazione quaresimale). Verso la fine del XVII secolo anche a Cles i frati cominciarono a tenere corsi di grammatica, filosofia e teologia. Lo studio teologico del convento risale al 1689 e continuò il suo impegno anche nel tempo successivo. Nel 1800 alcuni religiosi furono richiesti come maestri di scuola ma nel 1817 rinunciarono al ruolo che il Comune voleva loro affidare. Le prime notizie di una biblioteca nel convento risalgono al 1770 e il p. Giangrisostomo Tovazzi poté stilare un catalogo dei libri presenti. Tra ‘800 e ‘900 il p. Morizzo tracciò la mappa del convento, nel quale non mancava una prigione per i frati ribelli. Si vede in Morizzo la dislocazione della biblioteca che era ricca di 380 cinquecentine, di 16.800 volumi e d’una quindicina di riviste.
Nell’orto del convento durante il 1773 fu costruita la cappellina della Madonna di Loreto, radicalmente restaurata nel 1993-94. Durante gli stessi anni furono segnalati alcuni quadri da sottoporre a restauro (come i due messi a fronte alla fine della navata della chiesa e il dipinto dell’Addolorata). La Provincia Autonoma di Trento si assunse la spesa (oltre 15 milioni di lire). Gli eventi che lasciarono traccia nella residenza francescana furono l’evacuazione forzata dei religiosi al tempo di Giuseppe II (il re sacrestano) e la situazione che si creò al termine del primo conflitto mondiale, quando il convento dovette ospitare per parecchi mesi i soldati italiani e i loro muli e cavalli. Successivamente in una parte dell’edificio trovarono alloggio anche gli studenti dei Francescani.
Le opere d’arte in chiesa e in convento
Il loro Catalogo fu compilato nel 1982 dal dr. Ezio Chini della Provincia autonoma di Trento. Sono 80 schede, che vengono recensite da p. Remo Stenico alle pp. 201-303 della sua ampia ricerca. Alcune meritano una segnalazione più attenta. Il primo luogo da vedere è la chiesa, costruita quasi quattro secoli fa, via via rimodernata secondo criteri di solidità e di bellezza. Il suo costruttore principale fu l’architetto fra Filippo Gobbi di Pannone (1598-1661). Gli avvolti vennero rifatti nel 1913 e dipinti da p. Angelo Molinari (1879-1952) nello stesso anno. Il pittore raffigurò alcuni episodi della vita di S. Francesco e dei santi dell’Ordine (Apparizione di Cristo e della Madonna a S. Francesco, Gloria di S. Antonio, S. Elisabetta d’Ungheria e S. Luigi di Francia, Adorazione del SS.mo Sacramento). Sulle pareti della chiesa sono dipinte le Virtù teologali (Fede, Speranza e Carità). La tempera usata da p. Molinari resiste egregiamente dopo più di cento anni. Si tratta di una tecnica pittorica che utilizza colori in polvere, stemperati in sostanze diverse dall’olio (come rosso d’uovo e colle animali) che si sciolgono con l’acqua; è caratterizzata dall’opacità delle tinte e dai toni chiari e luminosi, e viene utilizzata perché asciuga rapidamente.
Alle pareti sono appesi i 14 quadri della Via Crucis, risalenti alla seconda metà del XVIII secolo di autore ignoto (misurano cm. 86 X 65,5). Oltre ai quadretti, ci sono pitture più importanti, come il S. Bonaventura del 1649, opera non firmata, statica, con gli stemmi degli offerenti e di 2 m. di altezza. Sul leggio a fianco del santo si leggono con i due stemmi le sigle M. S. F. B. A. W. E. P. e I. H. C. A. W. R. T. C’è anche un Gesù Bambino con angeli nel presbiterio: anteriore al 1749, è opera di Placido Costanzi (1690-1759): notevole il gesto del Bambino, che sembra imitare l’atteggiamento di Gesù nel Giudizio Universale di Michelangelo alla Sistina. Sull’arco santo si vedono due quadri: una Immacolata Concezione del secolo XVIII – con i simboli mariani contenuti nella tradizione biblica – e un "S. Francesco che riceve le stimmate da Cristo crocifisso", lavoro di Antonio Vanzo da Cavalese (1792-1853). È una pittura ariosa e solare, ispirata (di m. 2,30 X 1,27). Vicino ai detti quadri, messi a fronte, si trovano due tele attribuite dalla critica al famoso Luigi Vanvitelli (Napoli 1700-1773) architetto della Reggia di Caserta. Il primo quadro è una Presentazione al Tempio, di grande finezza. Il secondo invece rappresenta S. Orsola con le compagne martiri e S. Caterina d’Alessandria: spiccano la bandiera della martire, la maestosa figura di S.Orsola e la imponenza delle figure. In fondo alla chiesa, sempre sistemate di fronte, si vedono la Morte di S. Giuseppe, lavoro del sec. XVIII di semplice compostezza e una Fuga in Egitto, forse di Francesco Unterpergher (Cavalese 1706-1776), che diede all’opera una delicata raffigurazione dell’episodio evangelico, con una splendida coloritura del mantello azzurro di Maria. Sopra la bussola dell’ingresso si vede S. Francesco Sodano mentre battezza, del 1728 (Valentino De Angeli Moena 1694- Predazzo 1770), dato per voto dai nobili Thun-Lamberg. Nella cappella dell’Addolorata Cristoforo Unterpergher (Cavalese 1731-Roma 1799) dipinse la Madonna ai piedi della Croce, con una tragica espressione sul volto. Al contrario di altre opere simili, la figura di Maria è molto raccolta e espressiva. La difficile posizione del ginocchio è indovinata con gusto.
L’altare è del 1652, di autore ignoto, in noce intagliato e verniciato. Sulla cimasa si trova un piccolo dipinto con Gesù dormiente, probabilmente coevo all’altare. La pala, il valore principale della chiesa, è opera di Pietro Ricchi (Lucca 1606-Udine 1675). Quadro di notevoli dimensioni (m. 3,05X 1,715), è un olio su due pezze di tela cucite insieme. Viene raffigurato S. Antonio in adorazione di Gesù Bambino. Sono sottolineate le simmetrie: il braccio proteso all’indietro del Santo è parallelo con l’angelo che lo sovrasta; Gesù allarga la mano destra, mentre la sinistra abbraccia Antonio, Le ali dell’angelo, chiare e luminose, contrastano con il saio scuro del patrono. Il tabernacolo è impreziosito dalla portina dorata. Ai lati dell’ingresso in coro si trovano due statue in grandezza quasi naturale con S. Pasquale Baylon e S. Leonardo da Porto Maurizio. Entrambe sono lavori di Carlo Pancheri (1920) che aveva bottega e Ortisei in Val Gardena. A fianco dell’altare, ma nella saletta attigua al presbiterio, si può vedere la pietra tombale della nobile famiglia Dusini de Glockenberg (1717) in marmo rosso veronese. Nel corridoio verso la sacrestia sono visibili due quadroni con Mosè e Aronne davanti al Faraone e, di fronte, il Giudizio di Salomone, di fattura tardo settecentesca e in non buone condizioni. Dentro la sacrestia, con il bel pavimento di legno e in alto le figure degli Evangelisti stilizzate, sono in evidenza un Crocifisso in alabastro rosa (dentro una teca lignea), il mobile in noce del secolo XIX e i piccoli quadretti incorniciati (ricamati su seta) con i santi Antonio, Margherita da Cortona, Pasquale Baylon e Pietro d’Alcantara (c. 1762). Alla parete un dipinto di cm 95 X 66 (sec. XVIII) con la Madonna dell’Aiuto. I reliquiari risalgono al secolo XVIII. Gli arredi sacri, con paramenti e stole, sono abbastanza recenti, tranne una pianeta del sec. XVI con stola coeva e i calici (dal XVII al XX secolo).
Nel convento è conservata anche un’opera di Giovanni Battista Lampi raffigurante Cristo deposto dalla Croce (1779), di cui parla diffusamente R.Pancheri. Nei corridoi interni, che circondano i chistri, sono ospitate stampe con tematica francescana (in tutto 234 stampe) prodotte dal 1684 al 1853 (le più antiche sono opera di Isabella Piccini). Lungo i corridoi e nei chiostri sono visibili pitture a fresco di Franco Lancetti (nato a Reggio Emilia nel 1946). Sono opere di soggetto religioso – come Cristo e gli Evangelisti, S. Francesco che ordina ai frati di venire a Cles, S. Paolo VI e Giovanni Paolo I, Annunciazione ecc.– di impianto robusto e di buoni colori, con verismo e composizione essenziale.