Chiesa di San Vito

La chiesa dei Santi Vito e Modesto si erge alle pendici del Monte di Cles, in località “San Vit aut” ed è documentata per la prima volta nel 1472.

© Ufficio stampa - Comune di Cles

Descrizione

Chiesa

Conserva un grande altare ligneo barocco datato 1668, fra i capolavori della fiorente bottega artistica clesiana Strudel/Strobl.

San Vito si caratterizza come un insediamento a tutt’oggi staccato dal contesto urbano della borgata clesiana, isolato alle pendici della montagna, al limitare del bosco, caratterizzato da due masi principali. Il maso alto, dalla tipica connotazione architettonica votata all’agricoltura di montagna, protegge una chiesa di dimensioni contenute ma assolutamente fuori scala rispetto alla popolazione dei due masi. Intitolata ai Santi Vito e Modesto, poi nella tradizione popolare al solo San Vito, fungeva da luogo di culto di Spinazzeda e Bernardo Clesio concesse alla popolazione di quel rione di eleggere il cappellano e amministrarne i beni. Con l’edificazione della chiesa del convento dei Padri Francescani, alla metà del XVII secolo, San Vito perse la sua funzione e venne lentamente abbandonata, restando in uso per la ricorrenza patronale il 15 giugno, quando dalla borgata saliva fino al maso alto una processione di fedeli. Venduta a privati nel 1820 per finanziare l’ampliamento della Parrocchiale, successivamente passò insieme al maso alla famiglia de Campi e venne adibita ad usi profani: fu Luigi de Campi, archeologo di fama e illuminato intellettuale, che recuperò l’edificio al culto, preservandone le opere che ancora si conservavano.

L’edificio originario risale probabilmente al XIII secolo, ma è interessante l’annotazione di Francesco Negri, ripresa da Simone Weber, che individua in un tale Vito Chelar il fondatore dell’edificio di culto, ponendo la data al 1472. Le forme architettoniche sono quelle tipiche di altre architetture sacre delle valli trentine, con una potente ibridazione fra elementi gotici e rinascimentali, in una efficace unione funzionalistica che unisce eleganza a slancio. Di respiro diverso è la possente torre campanaria, che appare decisamente sproporzionata rispetto alle dimensioni della chiesa, rimandando alle forme di una torre difensiva. Il portale di ingresso risulta spostato, in maniera del tutto non convenzionale, sulla facciata laterale, probabilmente per ovviare al cambiamento di livello del terreno causato da frane sulla facciata principale. L’interno ad aula, caratterizzato dalla volta a crociera con abside poligonale, conserva un unico lacerto d’affresco, Madonna con Bambino, nota nella devozione popolare come Santa Libera. La decorazione ad affresco doveva però essere originariamente molto più estesa, stando agli atti visitali del 1649. Interessante è notare come tutti gli arredi lignei conservati siano stati realizzati in un’epoca in cui la chiesa si avviava verso la stagione di minor utilizzo, ossia dopo la metà del XVII secolo. 

Protagonista indiscusso dell’arredo della chiesa è la grande macchina d’altare, rutilante d’oro e dalla sofisticata e complessa decorazione che si sovrappone alla semplice struttura a edicola di impostazione tardo-rinascimentale e che ospita una pala raffigurante Madonna con Bambino e i Santi Vito, Modesto e Crescenzia. L’altare si compone di due colonne decorate con il motivo del tralcio di vite a spirale, terminanti in capitelli compositi. La trabeazione, arricchita da ornamentazioni vegetali e testine d’angelo, è sovrastata da un timpano spezzato sul quale siedono due angeli. Al centro del fastigio un grande medaglione raggiato reca il monogramma di Cristo. Nelle fasce laterali due mensole, accompagnate da girali, volute e testine d’angelo, ospitano le statue di San Francesco e di Sant’Antonio da Padova. Nella riserva centrale dell’antipendio si conserva un lacerto d’affresco. Sul retro dell’ancona, scritta in rosso, si legge l’iscrizione “IACOMO STRUDEL / anno 1692”. Nell’ambito di un intervento di restauro agli arredi sacri della chiesa realizzato nel 2009, è stato rimosso il tabernacolo eucaristico ed è stata messa in luce la predella che reca un cartiglio dorato con la data “1668”. La data sul retro dell’ancona ha tratto in inganno numerosi studiosi: nel pur limitatissimo regesto bibliografico sull’edificio è sempre data per scontata la data 1692, a cui Weber abbina la figura di Paolo Strudel di Vienna. Ipotesi, questa, molto fantasiosa ma facilmente confutabile su base stilistica. Leggendo in parallelo la scritta sul retro con la data sul paliotto otteniamo quella che ci pare possa caratterizzarsi come l’ipotesi più ragionevole riguardo a nome dell’artefice e data di realizzazione dell’altare di San Vito, ovvero che l’autore dell’altare sia Giacomo Strobl senior, nonno di Giacomo junior, del quale non conosciamo né l’anno di nascita né quello di morte, ma che era certamente attivo a Cles e figura cardine della bottega Strobl nel corso degli anni centrali del XVII secolo. L’analisi delle sculture raffiguranti San Francesco e Sant’Antonio da Padova porta una conferma a questa ipotesi: l’esame di taluni dettagli ci consente di attribuirle a due intagliatori distinti, che ci piacerebbe poter identificare con Giacomo senior e Pietro junior, figlio di Giacomo, che negli anni diventerà capobottega. Il Sant’Antonio è opera di qualità non elevata, realizzata da uno scultore che non si è aggiornato sulla produzione statuaria lapidea del XVII secolo e che scolpisce secondo canoni ancora pre-rinascimentali: dettagli quali le grosse mani, il volto sgraziato e il corpo poco armonioso nei rapporti tra le sue parti ci fanno propendere per un artista identificabile con Giacomo senior. Si potrebbe invece intravedere nel bel Sant’Antonio da Padova, opera di tutt’altro respiro, la mano di un giovane Pietro junior, artefice più sensibile e aperto, se non proprio agli stilemi barocchi quantomeno all’equilibrio rinascimentale, qui al lavoro nella fase iniziale di quella che sarebbe stata una lunga carriera.

Tenendo per buona la datazione della macchina d’altare di San Vito al 1668, questa si renderebbe disponibile ad un facile confronto con gli altari delle chiese di Santa Lucia a Caltron e San Pietro a Maiano, evidenziando una chiara corrispondenza strutturale che ben si addice alla pratiche artistiche delle botteghe.

Modalità di accesso

Chiusa.

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