Castel Cles

Castel Cles, attestato per la prima volta in un documento del 1255 ed appartenente alla nobile famiglia dei Baroni de Cles, domina un’altura soprastante un tempo il corso del Noce e ora il lago di Santa Giustina. Nato con funzioni di controllo delle importanti vie di comunicazione che collegavano Cles all’Alta Val di Non, venne ristrutturato in forme rinascimentali nel 1537 dal principe vescovo Bernardo Cles.

© Ufficio stampa - Comune di Cles

Descrizione

Castello

Nonostante l’incendio che nel 1825 distrusse l’intera ala nordest, rappresenta ancora oggi una delle più imponenti strutture castellane del Trentino. 

Castel Cles è da secoli un tratto distintivo straordinario del paesaggio clesiano, posto su di un’altura soprastante un tempo il corso del Noce e ora il lago di Santa Giustina, a circa un chilometro dal centro di Cles. Da sotto il castello proseguiva la vecchia strada che, valicato il Noce, portava a Revò e “de là de l’aca”. Il castello oggi si presenta come l’accorpamento di vari volumi di diverse epoche; l’impianto è vagamente triangolare, chiuso da un doppio ordine di cortine murarie. Superate le prime due porte, si arriva all’accesso principale, ricavato nel lato a nord della cinta più interna e stretto tra il muro di chiusura del cortile interno a ovest e un annesso rustico a est, edificio con due avvolti al piano interrato e altre stanza in quello rialzato, con volte sostenute da cinque pilastri nell’ambiente a sud e da uno, più massiccio, in quello a nord.

Il portale è decorato da uno stemma clesiano scolpito, datato 1597, che immette nella corte centrale. A ovest si affaccia il palazzo baronale, chiuso a nord e sud da due torri, mentre a sudovest si apre un porticato loggiato affrescato con scene allegoriche e mitologiche, scene di vendemmia, oltre agli stemmi Cles, Fuchs, Wolkenstein e Thun. Da qui si accede alle cantine. L’edificio baronale si sviluppa su quattro livelli, mentre la torre a nordovest ne conta sei. Il piano terra ospita ambienti di servizio, alcuni dei quali interrati ed è collegato ai piani residenziali tramite un largo scalone di gusto rinascimentale. La prima attestazione documentale riferita a Castel Cles è del 1255, quando il vescovo tridentino Egnone confermò al podestà imperiale Sodegerio da Tito la propria volontà di non distruggere la “domum dominorum Arojani, Politi et Riprandi de Clesio”. Altre citazioni sono del 1276 (“castrum Clexi”) e del 1294 (“castrum Clexii”). Nel corso del XIV secolo, la convivenza tra più linee dinastiche all’interno della famiglia Cles è rappresentata dalla ripartizione di diverse parti abitative: nel 1363 quote di Castel Cles vennero assegnate agli esponenti di due diverse linee e nel 1368 Iosio di Sant’Ippolito venne infeudato di un edificio posto all’interno del complesso fortificato; dopo di che, nei primi decenni del Quattrocento, l’estinzione dei Sant’Ippolito ricompose questa frammentazione: nel 1447 Giorgio, figlio di Riprando, ottenne l’investitura completa di Castel Cles.

Il complesso fortificato fu oggetto di importanti lavori di ristrutturazione tra il 1537 e il 1549, promosso dal cardinale Bernardo e portato a termine dal nipote Aliprando. Nel 1542 il castello fu danneggiato da un incendio. Dal punto di vista architettonico, è ancora nel corso del XV secolo che abbiamo qualche informazione sulla conformazione del complesso: nel 1424 è citata la “stufa a fornello”, nel 1459 sono ricordati “portam et muros”, ovvero la cinta muraria con l’ingresso; inoltre, nel 1437 troviamo un “curtivo” e nel 1431 un “curtivo ante ecclesiam sancti Michaelis”; ancora nel 1456 “in sumitate schalas curtivi interiori” e nel 1484 la “cisternam”. Del 1456 la citazione delle carceri del castello. Dal punto di vista della sequenza cronologica, gli studi più recenti propongono, in attesa di ulteriori approfondimenti, risultati che differiscono da quelli “espressi nella bibliografia più recente”. In questo senso, un primo periodo, collocabile forse intorno al XII secolo, vedeva la sommità del dosso chiuso da un cinta muraria connessa ad almeno una torre quadrangolare, quella a nordovest, alta poco meno di 20 metri, di lato variabile tra i 6,20 e gli 8 metri, con mura spesse circa 1,14 metri.

Altri corpi di fabbrica erano costruiti in addosso alla cinta, per un perimetro di circa 215 metri. Ad un secondo periodo, collocabile forse al XIII secolo, si devono alcune sopraelevazioni e altre costruzioni in addosso alla cinta, come quella di una sorta di casa-torre di altezza pari a quasi 20 metri. Ad un terzo periodo, nel XIV secolo, abbiamo l’ampliamento delle strutture del lato est, allo scopo di edificare il rustico ancora oggi esistente. Siamo negli anni in cui è testimoniata una discreta densità abitativa nel complesso, a causa della presenza di diverse linee familiari. Un quarto periodo, corrispondente al XV secolo, porta la costruzione della seconda cinta di mura, con la presenza di due torri scudate, una a sudovest e un’altra a nordest, oltre a un rondello circolare all’estremità a nordovest. Contestualmente si intervenne anche sulla prima cinta muraria, sopraelevare la torre risalente al XII secolo e a migliorare gli approntamento difensivi, con la riorganizzazione delle archibugiere. Arriviamo così ai già accennati, grandi lavori di ristrutturazione che caratterizzarono i decenni centrali del Cinquecento: nel corso degli anni Trenta il cardinale Bernardo Cles ideò un programma di riprogettazione del castello, avviato nel 1537 e portato a compimento dal nipote Aliprando: ancora oggi una epigrafe murata nella corte interna reca l’iscrizione “Bernardus episcopus et cardinalis de castro Glesio capitaneo hoc opus fundare iussit et Alyprandus nepos adimplevit anno 1537”. In particolare, l’intervento interessò il prospetto nord del palazzo, con la costruzione del loggiato al pianterreno e numerosi interventi testimoniati da affini elementi architettonici: forse proprio lo stemma con la data 1597 scolpita sul portale a est può dare testimonianza della fine di questi interventi di ammodernamento del complesso castellano. Un incendio danneggiò parzialmente il castello nel 1542: negli anni successivi, fino al 1549, venne realizzato il fregio nel sottogronda, con la rappresentazione di lotte tra putti e animali selvatici con fregi floreali), gli stemmia Cles e Wolkenstein-Rodeneck, con riferimento al già citato Aliprando e alla moglie Anna sulla facciata ovest del palazzo, e infine con la decorazione della Sala delle Metamorfosi al secondo piano. Si tratta di interventi riconducibili a Marcello Fogolino e alla sua bottega. Un altro incendio, distrusse nel 1825 una torre e l’intera ala di nordest: un salone, 35 stanze e la cappella di San Michele con tutti gli arredi. La circostanza portò la famiglia a trasferirsi temporaneamente a Dres, in casa Gallinari. Come detto, la cappella è citata fin dal 1431: dotata di indulgenze da papa Paolo II su istanza di Giorgio di Cles, nel 1537 aveva un altare, sufficientemente ornato; nel 1672 il cappellano era obbligato alla celebrazione domenicale e festiva. Nel 1715 il canonico Bartolomeo Giuseppe di Cles vi fondò un beneficio di cento messe annue. A metà Ottocento l’altare venne demolito e sotto di esso vennero rinvenute reliquie di San Romedio e di Abramo, tracce di un altare più antico, una nicchia chiusa da una grata di ferro e nella nicchia una piccola urna in pietra bianca con reliquie pertinenti all’altare più antico. Nel 1837 i baroni Cles domandarono alla curia trentina di ridurre una sala del castello ad uso di oratorio in attesa di rifabbricare la cappella distrutta dall’incendio del 1825; le richieste furono reiterate fino al 1870, tuttavia essa non venne più ricostruita. Una ulteriore attestazione di un oratorio interno al castello, realizzato al secondo piano, è del 1842.

Modalità di accesso

Il castello è chiuso al pubblico in quanto privato e residenza della famiglia dei Baroni de Cles. 

Indirizzo

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